Dimenticare se stessi La continuità del Sè nei pazienti Alzheimer
Piccin Editore
Dimenticare se stessi
La continuità del Sé nei pazienti Alzheimer
Sono trascorsi ormai oltre 25 anni da quando iniziai a occuparmi di Demenza di Alzheimer nel Laboratorio di Neuropsicologia Clinica della Clinica Neurologica dell’Università di Catania. Allora, facevo parte di uno sparuto gruppo di ricercatori che lavoravano sui meccanismi neurofisiologici e neuropsicologici del decadimento mentale nelle sindromi dementigene, con particolare attenzione alla demenza di Alzheimer. Pionieri, in Sicilia, della ricerca biomedica di grande innovatività terapeutica, sentivamo di aver imboccato un percorso di studi che risuonava con il più ampio panorama internazionale e che avrebbe condotto, di lì a poco, a scoprire cause e possibilità d’intervento per “questo campo della patologia umana così delicato, sotto il profilo scientifico, sociale ed emozionale” (Massarotti, 1986, p. 1). Credevamo fermamente che una diagnostica attendibile, capace di cogliere e discriminare i segni della AD fosse il primo passo per contrastare in modo tempestivo il deterioramento mentale e, speranzosi, cercavamo gli strumenti farmacologici e neuropsicologici per rendere reversibile la progressione della patologia (ibidem). Sul primo punto avevamo ragione, sul secondo ci sbagliavamo. In tutti questi anni, l’unica certezza su cui la ricerca scientifica ha fatto luce è l’irreversibilità della malattia, identificata come un processo cronico degenerativo di morte neuronale. Questo dato ha rappresentato un nuovo inizio per il lavoro clinico e neuropsicologico. Sapere che di Alzheimer non si guarisce, inevitabilmente, ha condotto ad un ripensamento dei paradigmi di ricerca e di intervento fino ad allora impiegati, abbandonando l’ossessiva ricerca della molecola che potesse salvare il cervello dall’indementimento e finalizzando gli sforzi all’attenuazione del danno attraverso specifici trattamenti farmacologici. Tuttavia, anche percorrendo questa direzione le difficoltà non sono mancate. Sappiamo oggi che non tutti i pazienti rispondono allo stesso modo al trattamento farmacologico, così come l’insorgenza subdola della patologia non ha un esordio uniforme e può variare anche in relazione alle caratteristiche personologiche, biologiche e sociali del paziente. Nel tempo si è scoperto che questa eterogeneità deriva in gran parte dalla fenomenologia della manifestazione patologica che non si limita ad aggredire una zona circoscritta del cervello ma si presenta in modo diffuso e multifocale interagendo con la complessità funzionale e organica del cervello. Ancora una volta, la ricerca sulla AD ha dovuto ripensarsi alla luce delle nuove conoscenze lottando con le reazionarie posizioni neopositiviste delle scienze dure. Solo di recente sappiamo, infatti, quanto sia importante costruire profili cognitivi specifici per ciascun soggetto: solo attraverso un’accurata anamnesi della storia clinica e personale e un’attenta valutazione neuropsicologica qualitativa, oltre che quantitativa, è possibile individuare i segni caratteristici della AD. D’altra parte, è stato proprio grazie all’ampliarsi delle conoscenze sulle caratteristiche neoplastiche del cervello, quale espressione tangibile delle epistemologie complesse di matrice filosofica, che è derivato un avanzamento conoscitivo capace di scalzare le logiche riduzionistiche e parcellizzanti impiegate nello studio segmentato del cervello, lasciando spazio agli approcci olistici, interdisciplinari e complessi in grado di cogliere più realisticamente l’essenza della mente come cervello, una mente radicata nel corpo, persino con una memoria somatica, che fa esperienza di sé, degli altri e del mondo.